Del sangue e del vino, un nuovo classico della letteratura contemporanea.

Il romanzo di esordio di Ettore Castagna è destinato a diventare un classico della letteratura contemporanea, un libro che non ci stancheremo di leggere anche tra molti anni.

E’ al di là delle tendenze, oltre i gusti del momento, frutto di una perfetta combinazione tra creatività artistica e ricerca antropologica, sebbene la prima prevalga nettamente sulla seconda.

L’autore, che è anche musicista ed antropologo, ci consegna il racconto di una terra, la Calabria greca negli anni a cavallo tra il 1600 ed il 1700, fissando su carta scritta, in un racconto dalla struttura complessa, ma sempre avvincente, una cultura antica e radicata,  legata alla vita di pastori e contadini, e tramandata da secoli per via orale.

Protagonista del racconto è la Calabria meridionale.

Chi conosce la Calabria meridionale, non avrà difficoltà a riconoscere i luoghi descritti nel libro, seppur frutto dell’invenzione della penna dell’autore e chi, invece, non si è mai recato in quel pezzo di mondo, ne resterà coinvolto allo stesso modo, tanto da sentirlo proprio, da averne memoria in qualche parte di sé.

Del sangue e del vino, infatti, pubblicato dalla casa editrice calabrese, Rubbettino, nella  collana “Che ci faccio qui”, non è un saggio di ricerca antropologica, piuttosto un’opera letteraria pura, ove l’esigenza narrativa è primaria rispetto alla descrizione di un patrimonio culturale di un popolo; questa, piuttosto, è la conseguenza diretta della prima, possibile anche perché l’autore stesso è un profondo conoscitore di quella terra e di quella cultura.

Il suono della narrazione è una lingua antica: quello della Calabria Greca al tempo della storia.

Meriterebbe un approfondimento a parte il linguaggio di Del sangue e del vino, ovvero il suono della storia che il libro racconta. L’autore sceglie di narrarla attraverso una lingua antica, che intona le sonorità della Calabria greca al tempo, frutto di commistioni tra i popoli preesistenti e le genti giunte in quel territorio di grandi asperità, attraverso il mare, da mondi lontani.

Tutto nasce da un esodo, la fuga di Dimitri ed Agàti da Creta invasa dai Turchi nel 1668, che ricostruiranno la propria esistenza altrove, a Selènu, paese di pastori, in Italia, ove si dice ci siano i fratelli greci, che parlano la loro stessa lingua.

Ad accoglierli un paesaggio ove il mare è uno “spirito” che si vede da lontano e tutto è roccia, durezza, fatica ed il cuore di quelle difficili montagne, che si dimostreranno pur capaci di accogliere e proteggere, come quello dei loro abitanti, si conquista con il tempo.

La forza narrativa del libro è quella del racconto epico, nel quale i personaggi hanno delle caratteristiche peculiari e straordinarie proprie e, più che un ruolo nello sviluppo della trama, fanno da guida al lettore nel suo più intimo sentire. Essi incarnano, ciascuno nell’avvicendarsi della propria storia, i valori del contesto culturale nel quale sono inseriti, ma che, allo stesso tempo, albergano ora , come allora, e come sempre sarà, nelle viscere della storia dell’uomo.

Un romanzo dalla profonda carnalità.

E’ nelle viscere, infatti, si apprende dal libro, che tutto nasce, si consuma e rinasce ancora. C’è una profonda carnalità in questo romanzo: nei legami tra i personaggi, nei sentimenti che essi vivono, nella costruzione del proprio destino, nel rapporto che essi hanno con la terra, con la natura, della cui stessa materia sono fatti .

La terra è origine e fine di ogni cosa, ma anche luogo ove saranno condotti a ricercare le motivazioni più profonde degli eventi che li coinvolgeranno. Dalle viscere della terra hanno origine quelle ancestrali e misteriose forze che porteranno a compimento il destino di ciascuno, ma anche gli spiriti che si manifestano solo ai più sapienti di loro, ai più consapevoli, eletti dalle stesse forze a ruolo guida per i più.

E’ nelle viscere della terra che tutto troverà compimento.

Dimitri, Cata, ZiMela, il Dragumeno, Nino  sono tutti figli di quella terra, della Calabria greca dell’Aspromonte al tempo della storia, vivono e muoiono delle sue stesse sorti, e quella terra è fatta di sangue e di vino, proprio come loro. Nella terra tutto è destinato a trovare il proprio compimento, l’origine, la fine, ma anche la nuova vita, sotto mutate sembianze.

Leggere questo romanzo non è stare a guardare il compimento di un dramma al di fuori della scena, ma è correre per le montagne dell’Aspromonte, suonare, cantare, urlare, uccidere, morire e poi rinascere, tutto insieme ai personaggi della storia, nei quali il lettore non si immedesima, ma si incarna di volta in volta, seguendo una ricerca propria che lo condurrà nelle sue profondità, là dove tutto si compie, al pari di quelle della terra.

Un libro che lascia la crudezza del sangue e la dolcezza del vino.

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Marianna De Stefano

Marianna De Stefano

Avvocato, appassionata di libri. Promuove la lettura e la diffusione della cultura del libro, attraverso laboratori per bambini ed incontri di lettura ad alta voce, oltre che organizzando eventi letterari . Se vuoi saperne di più sulla sua formazione su libri ed editoria e sulla sua attività di web writer, vai alla pagina CHI SIAMO.

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