Tradurre è ampliare i propri ed altrui orizzonti: intervista a Giacomo Longhi.

Ponte Si-o-se pol

Oggi vorrei invitarvi a leggere un libro attraverso il punto di vista del suo traduttore.

Tradurre è un modo di farsi ponte tra lingue diverse, ma anche di modificare la propria realtà, “riossigenadone  l’aria con le storie ed i pensieri altrui” (cit. G. Longhi).

Giacomo Longhi è traduttore e consulente editoriale per Ponte 33.

Ponte 33 è una casa editrice specializzata in letteratura persiana contemporanea.

Giacomo Longhi ci racconta L’ Ariete di Mehedi Asadzadeh, pubblicato nell’aprile 2019 dal medesimo editore, ed il suo lavoro di traduttore.

Ci fa capire l’importanza che riveste la sua attività di traduzione per se stesso e per la diffusione della cultura di cui il libro è portatore.

Consiglio di leggere l’Ariete, se volete ampliare i vostri orizzonti letterari, leggere qualcosa di davvero nuovo e differente rispetto a tutto un comune genere di narrativa. Ma lo consiglio anche per avvicinarvi ad una letteratura ancora  poco conosciuta in Italia, sebbene il nostro Paese sia tra quelli in cui  circoli maggiormente.

Qui l’intervista a Giacomo Longhi.

  • Sei traduttore e consulente editoriale per Ponte 33. Una casa editrice che ha il merito di farci conoscere l’Iran attraverso la sua stessa produzione culturale
    In che consiste, più nello specifico, il tuo ruolo?

All’interno di Ponte 33 sono esperto di lingua e letteratura persiana.

Mi occupo, più nello specifico, di seguire il mercato editoriale iraniano.
Cioè indicare autori e testi, da proporre all’editore per il mercato italiano, che ritengo maggiormente interessanti.

Così, infatti, è stato per il testo di Mehedi Asadzadeh .
Sono spesso in viaggio a Tehran. Ne frequento le librerie e posso dire  che la maggiore offerta è relativa ad autori esordienti al di sotto dei quarant’anni .

Bisogna orientarsi bene, però. Scelgo i testi che tradurrò per i lettori italiani con grande attenzione.

I libri che propongo all’editore sono frutto di un’accurata valutazione in base a vari fattori.

Faccio una grandissima selezione tra i titoli che leggo.
Uno dei criteri, che mi orienta nella ricerca,  è quello di tenere in considerazione il gusto del lettore iraniano.

Ho selezionato libri scritti da autori molto affermati, come il caso di Mahasa Moebali. In Iran, per esempio,  ci sono moltissime scrittrici affermate e che spesso vendono i propri libri molto meglio dei loro colleghi .

L’ Ariete di Mehedi Asadzadeh, invece, in Iran è stato molto ben accolto dalla critica.

  • Oltre a questo, cosa ti ha convinto di questo libro? Qual è stato il motivo per cui hai ritenuto che un lettore italiano dovesse leggerlo?

Va premesso che leggere narrativa contemporanea dell’Iran permette, innanzitutto, di conoscere questo Paese in maniera autentica. Senza rischi di incorrere in luoghi comuni o inattuali stereotipi.

Questo accade perché un autore iraniano, che scrive per lettori del suo Paese,  si racconta senza necessità di filtri. Ma anche senza bisogno di spiegarsi a chi vive in realtà molto differenti.

Il libro di Mehedi Asadzadeh è interessante  perché descrive molto bene il target generazionale a cui appartiene il protagonista.
Mehedi Asadzadeh è uno scrittore molto giovane ma anche molto apprezzato in Iran.

Ne dà una bella visione, completa, dal punto di vista “maschile”. 

Questo libro dà voce ad un ventenne di Tehran che sta svolgendo il servizio militare.

Molti libri di scrittori contemporanei iraniani raccontano di storie di ragazzi che vivono il loro tempo.
Ma, per la maggior parte , ne descrivono il punto di vista femminile.  

Più raro e che si incontri un libro che dia voce ad un ragazzo, soprattutto dell’età del protagonista, che vive tutti i limiti, ma anche le potenzialità, i desideri, le aspirazioni e la grande ingenuità della sua età.

Hamed, il protagonista de L’ Ariete, è un ventenne di Tehran che sta svolgendo il servizio militare, che in Iran è ancora obbligatorio, e che rappresenta un’esperienza, non durissima, come il protagonista stesso racconta, ma fortemente condizionante e necessaria.

Coloro che si sottraggono alla leva non avranno il passaporto.

L’ Ariete, inoltre, racconta di una storia d’amore finita.

Il protagonista soffre per la sua ex ragazza, che ha saputo sposerà un altro ragazzo, allora decide di riconquistarla facendole un dono preziosissimo, una collezione di libri antichi…

Bhè, questo è molto “iraniano”!

Voglio dire che l’autore racconta molto bene un modus tipico, magari “vecchio stampo”,  dei ragazzi iraniani, quello, cioè, di regalare alla propria ragazza dei libri antichi, quindi molto preziosi.

L’ Ariete di Mehedi Asadzadeh mi permetteva anche di sfatare alcuni cliché che noi occidentali abbiamo nei riguardi della cultura iraniana.

Ho scelto di proporre all’editore questo libro anche perché la storia di Hamed mi permetteva di  sfatare anche dei  cliché legati alla cultura iraniana, come quello delle donne sottomesse alle scelte maschili.  

Il libro ci racconta, invece, proprio del contrario.

E’ Hamed  che subisce tutte le scelte di Samira, anche ai tempi in cui stavano insieme, e lei è una giovane donna padrona della propria vita, “decide” molte cose e anche di lasciarlo e poi sposare un altro.

La società iraniana ha sicuramente un’impostazione molto maschile ma, oggi, le ragazze in molti settori primeggiano, negli studi, ad esempio.

Le Università sono frequentate soprattutto da ragazze, più che da ragazzi, ed alcune facoltà sono proprio a maggioranza femminile.

giacomo longhi
foto di Giacomo Longhi
  • La storia che racconta L’ Ariete è ambientata a Tehran, com’è questa città?

Theran è una città, innanzitutto, moto grande, molto estesa, una vera metropoli, con tanto traffico, che ha quartieri molto differenti tra loro, alcuni abitati da un ceto medio-borghese, altri, più ai margini, in cui vivono persone molto differenti dalle prime.

E’ una città in cui ci sono molte università, tantissimi giovani, piena di fermento culturale, nella quale si costruisce tanto, e convivono, non senza contrasti, differenti identità.

Da un lato sono molto forti e radicati i legami con la tradizione, ma è anche ben presente una netta volontà di rinnovamento, di andare verso ciò che è nuovo e , soprattutto di aprirsi, sdoganarsi, rompere i confini di limiti  imposti anche dal di fuori di essa.

La letteratura contemporanea è diretta espressione di questo sentire. Tutti i giovani autori hanno una grande voglia di essere letti fuori dai propri confini e conquistare i gusti letterari di Paesi stranieri.

Ciò avverrà sicuramente, ma ci sarà bisogno di tempo, necessario a farla conoscere al di fuori dell’Iran e per abituare i lettori occidentali ad una narrativa nuova e differente. 

In questo libro, l’autore descrive molto bene anche il rapporto che gli Iraniani hanno con il proprio recente passato.

Quando ho avuto occasione di discutere con Mehedi Asadzadeh del suo libro, mi ha spiegato che ha voluto descrivere anche gli ambienti di Teheran più ai margini, ed infatti nella storia c’è proprio tutta una carrellata di personaggi che appartengono a questi ambienti.

Il rapporto che il protagonista ha con alcuni di essi, ad esempio con il vecchio barbiere, uno dei primi personaggi che si incontrano nella storia, fa pensare al rapporto che oggi ha Tehran con il suo passato più recente.

Passato che lo stesso autore rappresenta con nostalgia. 

Tehran è una città in cambiamento continuo .

Tehran è una città che cambia di continuo: ogni giorno vengono demoliti vecchi edifici per far posto a nuove costruzioni, parliamo anche di interi quartieri, di cinema, come si può leggere anche ne L’ Ariete, ma questo lascia a chi vive questa città, una profonda nostalgia, verso un passato recente che scompare, probabilmente troppo in fretta e che travolge anche ciò che invece andrebbe recuperato, anziché demolito, perché ha un valore.

Theran ha vissuto anni che l’hanno cambiata nel profondo, anche nelle Istituzioni, ma questi cambiamenti così profondi, in archi temporali anche brevi, hanno fatto nascere in chi la vive la necessità di avere una identità più stabile ed infatti, negli ultimi anni, si assiste ad un maggior recupero edilizio, con un aumento delle ristrutturazioni rispetto alle edificazioni di  nuove costruzioni.

  • La casa editrice Ponte 33 , insieme all’altro editore Brioschi, contribuisce all’aumento del numero delle traduzioni in Italiano dal Persiano e dall’ Arabo, ma la letteratura contemporanea di questi Paesi ha ancora uno spazio limitato nel nostro mercato editoriale, come possiamo contribuire ad una sua maggiore diffusione e perché noi Italiani dovremmo leggere autori contemporanei persiani?

I titoli tradotti in Italiano dal Persiano non sono molti, ma l’Italia è davvero avanti nelle traduzioni rispetto alle traduzioni in Francese o in Inglese.

Nel nostro Paese le traduzioni dal Persiano sono iniziate a partire degli anni settanta e poi negli anni novanta Anna Vanzan, che è un’iranista ed islamologa, ha avviato un grande lavoro che ha determinato un grosso aumento del numero dei titoli che hanno avuto ingresso nel nostro mercato, numero che, dal 2010 ad oggi, è notevolmente cresciuto.

Leggere questa narrativa è importante per avere accesso diretto all’Iran, capirne i suoi abitanti, comprendere come essi si vedono e si raccontano.

Gli autori che scrivono in Persiano per lettori persiani non si preoccupano di spiegarsi agli occidentali e, per questo, non perdono in autenticità.

Questa letteratura è molto nuova rispetto a tutto quello a cui siamo abituati a leggere  ed offre un panorama di scrittori molto giovani che si sta sperimentando molto.  Chi è appassionato di lettura non può prescinderne nella scelta di un titolo, perché è di grande arricchimento e apre nuovi orizzonti di lettura. Per farla circolare di più va proposta di più : nelle biblioteche pubbliche, innanzitutto, ma anche nelle librerie, nelle fiere del libro e dell’editoria.

  • Per Ponte 33, hai tradotto anche  “Non ti preoccupare ” di Mahsa Mohebali. Quale potrebbe essere il filo comune  tra questi due autori , sebbene così diversi tra loro?

Il libro della Mohebali ha dato un contributo importante alla letteratura iraniana contemporanea e a tutti i suoi lettori, perché tratta di un tema particolare, quello della tossicodipendenza, della ribellione giovanile prima della “rivoluzione verde”.

Questo libro è stato letto da moti giovani, perché ne ha rappresentato molto bene il clima di contestazione che ha attraversato l’Iran nel 2009.

Volendo trovaci elementi comuni a L’ Ariete di Mehedi Asadzadeh, sebbene si tratti di testi scritti da autori molto diversi tra loro e con una differente maturità letteraria, ne indicherei di certo la volontà da parte di entrambi gli scrittori di dare voce a personaggi che vivono in ambienti emarginati, e di recuperare lo slang giovanile.

Credo , infatti, che uno dei motivi del grande successo del libro della Mohebali sia stato proprio questo, rappresenta un vero esperimento linguistico per gli anni in cui è stato scritto.

Anche ne L’ Ariete l’autore utilizza lo slang dei ragazzi, ma è differente rispetto a quello che si incontra in Non ti preoccupare, perché è quello dei quartieri più poveri, mentre l’altro è utilizzato tra i ragazzi medio-borghesi. 

  • Hai dato una bellissima definizione del lavoro di traduttore : “tradurre è un modo defilato e caparbio per modificare la propria realtà di origine, far sbiadire i confini che ci separano dagli altri e riossigenare l’aria con le loro storie ed i loro pensieri”.
    Puoi spiegarci?

Attraverso la traduzione è possibile portare a chi legge qualcosa di nuovo. Questo è un arricchimento, ma anche un cambiamento inevitabile. La letteratura, poi, ti resta dentro per anni.

Tradurre è aggiungere punti di vista differenti dal proprio alla propria esistenza e, più ce ne saranno, più i nostri orizzonti saranno ampi.

Quando ero all’Università ho scelto di studiare il Persiano, perché mi permetteva di conoscere un’area non lontana dalla nostra, ma quasi sconosciuta a noi occidentali.

E’ stata una bellissima scoperta studiare questa lingua, che mi ha permesso di arricchirmi moltissimo. 

  • Come si diventa un bravo traduttore?

Bisogna accumulare tanta esperienza, lavoraci seriamente e avere tanta curiosità anche nei confronti della propria cultura! L’esercizio, anche della propria lingua, è fondamentale per comunicare bene quella che traduco. Leggo, infatti, molti libri in Italiano, proprio per tenere allenata e viva la mia lingua, perché le lingue cambiano velocemente.

  •  Qualche anticipazione sul prossimo libro che pubblicherà Ponte 33? Sappiamo che ne sarà edito uno nuovo a breve!

Ci sarà a breve un nuovo romanzo, ma non chiedermi di più!

Grazie a Giacomo Longhi per questa bella intervista, per la sua disponibilità e cortesia. Aspettiamo curiosi il suo prossimo lavoro di traduzione per Ponte 33!

giacomo longhi
foto di Anja Kapunkt

Giacomo Longhi ha studiato arabo e persiano all’Università Ca’ Foscari di Venezia, lingue che ha poi approfondito con soggiorni di studio ad Aleppo e Mashad. Oggi lavora come traduttore a tempo pieno, principalmente di letteratura contemporanea dell’Iran, ma anche di saggi e articoli giornalistici dall’arabo.

Collabora con diverse case editrici per valutare testi che riguardano l’area mediorientale. E’ consulente dell’associazione culturale Ponte33, per cui ha tradotto Non ti preoccupare di Mahsa Mohebali (2015) e L’ariete di Mehdi Asadzadeh (2018).

Le foto nell’articolo sono state gentilmente concesse da Giacomo Longhi.

Leggi la mia recensione al libro Ritornerai a Isfaan, tradotto da Giacomo Longhi.

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