Joanna, di Annamaria Cordasco.

Joanna cercava di lavarsi il viso,

nello specchio d’acqua che era assegnato alla sua unità. L’acqua era poca, perché era un bene prezioso, dal momento che era difficile ricostituirla su quel pianeta.

In quei momenti tornava a pensare alla Terra, a cosa aveva significato lasciarla, per lei che vi era nata e vi era vissuta fino ai vent’ anni. Ricordava ancora con chiarezza le catastrofi naturali che avevano preceduto la partenza, il volto del pianeta sfigurato, che li aveva costretti a mettersi in viaggio verso un pianeta lontano migliaia di anni luce, che era appena stato scoperto.

Non c’era stato tempo di pensare a un piano alternativo. Tutti i sopravvissuti, che erano ormai quanto il numero di abitanti di una città di medie dimensioni, erano stati imbarcati e la navicella aveva lasciato il pianeta d’origine per sempre.

In fondo al cuore però Joanna serbava la speranza di potervi ritornare, che le condizioni di vita fossero cambiate, che la Terra avrebbe avuto un’altra possibilità.

Ci pensava e si crogiolava in questo desiderio per ore, quando era libera dai lavori della comunità, che erano tutti tesi a permettere uno svolgimento regolare della vita, dal sintetizzare ossigeno e idrogeno, per creare acqua, e poi ossigeno, azoto e anidride carbonica, per creare aria.

I momenti per stare da soli erano molto pochi. Ci si riuniva al mattino presto, si mangiava insieme, si lavorava fino alla sera. Ovviamente mattino, pomeriggio e sera erano concetti artificiali, che la colonia umana si era data, per scandire il tempo nel modo più comodo possibile.

Una sera, qualcosa attirò l’attenzione di Joanna.

Era una sfera, perfettamente tonda, e brillava. Velocemente la prese e la portò dentro, lontano dallo sguardo degli altri. D’altra parte, nessuno si soffermava mai a guardare gli altri. Erano tutti grigi e spenti, trovava Joanna.

Appena fu dentro, posò la sfera sul tavolino che aveva in dotazione e prese una sedia per sedercisi davanti. Era luminosa, ma non bruciava. Emanava una luce tenue, come una piccola lampadina, e questa filtrava dalle pareti, costituite di un materiale indefinibile, che la faceva pensare a pelle umana.

Dopo averla fissata per un poco e non aver notato cambiamenti, Joanna cominciò a toccarla. Notò che quando la sua mano si avvicinava ad essa la luce si faceva più debole, mentre quando si allontanava si illuminava di più. Un impulso incontrollato la spinse a parlarle. La sua voce uscì roca, dal momento che raramente veniva usata nel loro campo, perché seguivano le indicazioni che venivano loro assegnate tramite contatto telepatico. Così parlò. Le chiese cosa fosse e cosa facesse lì.

Per un attimo sembrò che non ci fosse reazione, poi la sfera cominciò a sfaldarsi, come se un fuoco sotterraneo la stesse consumando.

Non si stava sfaldando, si rese ben presto conto Joanna, si stava aprendo.

Portando lo sguardo all’altezza della sfera, la donna poté notare il brulicare di vita che nascondeva.

Esseri indefinibili, ma perfettamente curati in ogni dettaglio, vivevano in quella sfera e sembravano essere perfettamente autosufficienti.

Joanna trattenne il fiato. Aveva scoperto una nuova forma di vita, nuovi scenari si aprivano. Sarebbe entrata in contatto con quegli esseri minuscoli, avrebbero trovato il modo di cooperare e rendere la vita più piacevole e interessante.

Disse qualche altra parola, abbozzò dei gesti, che spiegassero meglio cosa volesse dire. Quelli costruirono una piccola struttura, che permise a uno di loro, forse il loro capo, di assurgere all’altezza dei suoi occhi. Sembrava un vecchio lemure, dall’aria composta e austera.

Joanna si preparò a ricevere una nuova verità, dalle profondità del cosmo.

Quello mosse il capo, o quello che doveva essere un capo, e lasciò partire una scarica elettrica che si posò come una ragnatela sul naso della donna. Joanna provò un pizzicore, poi un dolore lancinante.

Si accorse ben presto che stava venendo risucchiata a grande velocità. Ben presto non fu più alta della creatura che aveva di fronte. Sentiva con altre membra che non erano orecchie, capiva con altri mezzi che non erano un cervello e non vedeva dagli occhi. Percepì che la sfera si stava ricostruendo, imprigionandola insieme a quegli esseri.

Immobile, lievemente pulsante, la sfera rimase sul tavolino, apparentemente indifferente a quanto era appena successo.

 

 

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Questa riproduzione è stata autorizzata dall’ autrice gratuitamente e senza scopo di lucro.

  ANNAMARIA CORDASCO

è insegnate di Lettere e scrittrice. Laureata in Lettere Classiche, con una tesi sul grottesco nella Divina Commedia. Ha frequentato corsi di scrittura creativa con Christian Raimo a Roma e Raul Montanari a Milano. Ha pubblicato nel maggio 2018, RITORNO A CASA. Edizioni Montague, nella Collana “Le Fenici”, che è il suo esordio editoriale.  Vive e lavora nella provincia di Como.

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Marianna De Stefano

Marianna De Stefano

Avvocato, appassionata di libri. Lettrice formata Nati Per Leggere. Dal 2016 favorisce il libero scambio dei libri attraverso la Little Free Library che si trova a Saviano (Na), alla via Aliperti 70. Promuove la lettura e la diffusione della cultura del libro . Redattrice de Il Club del Libro (http://www.ilclubdellibro.it/chi-siamo.html), collabora come guest writer con il sito di letteratura per l'infanzia www.milkbook.it Nell'estate del 2018, approfondisce la narrazione della fiaba partecipando a Modena al workshop intensivo sulla narrazione delle fiabe della tradizione, tenuto dall' Ass.ne Festival della Fiaba.

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