Tarumbò e Bella ‘mbriana, di Marco D'Alterio.

sguardo di donna dipinto

Tarumbò e Bella ‘mbriana, racconto di Marco D’Alterio

Premessa dell’autore.

Protagonisti del racconto sono due cani abbandonati dai rispettivi padroni che, in giro per Napoli manifestano i loro sentimenti durante il periodo della quarantena e si troveranno catapultati in un imprevedibile sviluppo futuro. Si chiamano Tarumbò e Bella ‘mbriana.

Tarumbò è il titolo di un famoso brano di Pino Daniele contenuto nell’ album del 1982 “Bella ‘mbriana. Il termine, inventato dall’ artista stesso, indica la fusione tra la canzone napoletana classica con il jazz e il blues.

Un sodalizio musicale inedito tra le radici del famoso cantautore napoletano e le sue passioni musicali.

La Bella ‘mbriana, nella credenza popolare napoletana, è lo spirito benefico della casa. Deve il proprio nome alla meridiana, simbolo del sole e del calore domestico, e convive col munaciello, spirito bizzarro, a volte positivo, altre volte dispettoso, che abita le case.

Tarumbò e Bella ‘mbriana.

Un giorno un cane solitario e triste guardava il mare di Napoli. Non riusciva a capacitarsi del fatto che in giro ci fossero solo dei poliziotti, ai quali ogni tanto si avvicinava. Uno di loro lo allontanò scacciandolo con il piede. Tornandosene indietro a capo chino, passò per i bar e le pizzerie chiuse fino ad entrare in un vecchio portone, che era la sua dimora.

«Che è succieso Bella’mbriana? Tu sai niente?» chiese alla sua metà.

«Non lo so» gli rispose sconfitta, alzando lo sguardo languido.   

«È tutto deserto. Io me sento sulo, abbandonato, peggio e chella vota ca ‘o padrone miez a via m’ha iettato»

(Io mi sento solo, peggio di quella volta che il mio padrone mi ha abbandonato per strada).

«Non ti so dire Tarumbò, non abbiamo la televisione. So solo che in mezzo alla via ogni tanto passa qualcuno e tiene una maschera davanti alla bocca, però se hanno il cane al guinzaglio, isso nun tene niente nnanza a vocca…».

(però se hanno il cane al guinzaglio, il cane non indossa la mascherina).

Tarumbò rimase a riflettere per qualche secondo poi chiese:

«E questo che vo dicere secondo te?»

(questo che vuol dire secondo te?)

«Per me significa ca chisto nun è ‘o mumento e cantà, ma sulo d’aspettà… e poi pare che i cani, dint a sta storia, nun s’anna preoccupà»

(Per me significa che non è questo il momento di cantare, ma solo di aspettare e pare che, in questa storia, i cani non corrano pericolo).

«Sarà pure accussì», gli rispose Tarumbò che intanto gli si era accovacciato accanto, «ma io voglio n’ata storia pe’ nuie… e sai che ti dico? Me mette paura pur io. Non usciamo più Bella’mbriana mia. Chiurimmece pure nuie dint a stu scantinato e ascimmo quanno ‘o munno sarrà cagnato»

(Sarà pure così, ma io voglio un’altra storia per noi…e sai che ti dico? Ho paura anche io. Non usciamo più, mia Bella ‘mbriana. Chiudiamoci anche noi nella nostra tana e usciamo quando il mondo sarà cambiato).

Si misero uno accanto all’altro chiudendo gli occhi per addormentarsi.

Passarono diverse ore quando dei randagi, con indosso delle giberne, irruppero nel portone e fecero un gran trambusto.

«Scetateve! Forza!» fece il comandante con i gradi sulle spalline.

(Svegliatevi! Forza!).

Bella’mbriana e Tarumbò sbarrarono gli occhi impauriti.

«Che volete da noi? Non abbiamo niente da mangiare»

«Mettetevi questa davanti la bocca» ordinò a entrambi.

«E cos’è?» Chiese Tarumbò guardando quella strana maschera che gli aveva lanciato sotto il muso. In quel momento, fece caso che tutti gli altri randagi a seguito (erano circa una decina) avevano la stessa maschera indossata, ma era diversa da una semplice museruola perché copriva tutto il viso.

«State tranquilli. È tutto sotto controllo. Questa maschera serve a identificarvi. Siamo noi gli unici capaci a intercettare i portatori sani del virus che sta infestando la città. All’interno c’è un chip elettronico grazie al quale i dati saranno trasmessi immediatamente alla questura».

Tarumbò e Bella’mbriana non chiesero nulla.

«Andiamo! Non perdiamo altro tempo».

Indossarono la maschera ed uscirono fuori. I ristoranti e i bar non c’erano più. Nell’aria un odore strano di muffa e il Vesuvio era diventato di un viola acceso.

Tarumbò si avvicinò al comandante e chiese cosa bisognava fare una volta avvistato “l’uomo virus”.

«Lo devi mordere» rispose perentorio.

«Comme?»

«l’ha muzzecà!»

«Non ho mai mozzicato nessuno» disse Tarumbò.

«Vedrai vedrai. Adesso andate»

Tarumbò fece una carezza a Bella’mbriana e si avviarono stretti in direzione del lungomare.

«Io non morderò mai nessuno» fece Tarumbò rivolto alla sua metà, ma mentre diceva questo vide gli altri randagi che a turno mordevano le caviglie di alcuni passanti e la polizia che prontamente li braccava con una pistola elettronica.

«Pure io non voglio mozzicare nessuno. E stu munno me fa schifo! Perciò me ne vaco, me votto a mare !» (questo mondo è uno schifo, per cui vado via, mi butto a mare) gli disse Bella’mbriana allontanandosi veloce.

«Aspetta! Aspetta! Dove vai amore mio?» Gli gridò voltandosi indietro.

In quel momento passò un “uomo virus” in mezzo a loro. A Tarumbò gli si annebbiò la vista. Sentì uno strano fremito e la maschera gli trasmise un chiaro messaggio al cervello. Gli corse veloce incontro per azzannarlo, ma questi accortosi in tempo del pericolo, riuscì a sfuggire alla morsa… e fu così che Tarumbò azzannò Bella’mbriana e insieme andarono ad annegare in mare…      

Marco D’Alterio.

Marco D'Alterio, foto tessera

Marco D’Alterio è un grande appassionato di letteratura nonché poeta e narratore. Nel 2016 ha pubblicato una silloge di poesie dal titolo “Chiaroscuri” per Oedipus edizioni e nel 2018 il romanzo “Niente E Nessuno” per LFA Publisher.

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